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Bodin, Beccaria &
Bastiat
David Kopel è Direttore delle Ricerche presso l’Independence Institute di Golden, Colorado
Il diritto a detenere
e portare armi è un diritto di tutti gli uomini, che trascende le culture
e la nazionalità. In questo articolo, esamineremo tre fondamentali
filosofi politici francesi e italiani, per rintracciare i nessi che hanno
trovato tra la libertà e il possesso di armi.
Durante il Medio Evo
e il Rinascimento, la Gran Bretagna si è evoluta nella direzione del
governo limitato, con una monarchia sottoposta al dominio della legge. La
Francia, invece, si è mossa in un’altra direzione, verso una monarchia
assoluta col controllo totale sull’intera società. Forse nessun filosofo
politico francese è stato tanto importante per la nascita dell’assolutismo
quando Jean Bodin.
La principale opera
di Bodin sono i “Six Livres de la Républicque”, pubblicati nel 1576. La
Francia nel sedicesimo secolo aveva subito terribili guerre di religione
tra Cattolici e Protestanti (gli Ugonotti). La soluzione al conflitto
proposta da Bodin era di rendere l’obbedienza del suddito al re un punto
centrale della sua vita. I doveri verso Dio venivano subordinati ai doveri
verso il re.
Al tempo stesso, il
re non aveva alcun dovere di obbedire alle leggi che lui stesso faceva (o,
per dirla col latino di Bodin, “majestas est summa in cives ac subditos
legibusque soluta potestas”).
La teoria di Bodin
che i regnanti non devono obbedire alle leggi è abbastanza coerente con
l’atteggiamento di molti politici contrari alle armi. Come il deputato
della Louisiana che ha votato il “Brady Bill” e poi si è infuriato quando
il commesso di un negozio di armi gli ha detto che avrebbe dovuto
aspettare una settimana prima di comprare una pistola. O il membro
dell’Assemblea della California che vota contro i possessori di armi il
100% delle volte, ma che ha il suo permesso per il porto occultato. O come
Bill Clinton, le cui guardie del corpo dei Servizi Segreti portano le
stesse identiche armi che Clinton afferma essere possedute solo da
psicopatici che vogliono uccidere un mucchio di persone innocenti.
Anzi, il Presidente
Bill Clinton, come il Presidente Richard Nixon, ha utilizzato il
Dipartimento di Giustizia per convincere le corti federali che il
Presidente è al di sopra delle legge, e quindi immune dagli ordini di una
corte. Sottolineando che la Costituzione “non crea una monarchia”,
l’Ottavo Distretto della Corte d’Appello ha rigettato l’affermazione di
Clinton sulla falsa riga di Bodin in relazione al caso di Paula Jones, e
la Corte Suprema ha confermato.
Bodin detestava
l’idea che le persone normali avessero armi. In primo luogo, come Sarah
Brady, pensava che le armi fossero causa del crimine: “la causa di un
infinito numero di omicidi, colui che detiene una spada, un pugnale o una
pistola”.
Ma il problema più
pressante era che un popolo libero non poteva essere soggiogato se era
armato: “non potremo mai pensare di mantenere in sudditanza un popolo che
è sempre vissuto libero, se non è disarmato”.
Privare il popolo del
diritto di essere armato, quindi, era la strada per privarlo della libertà
di parola: il “più semplice modo di prevenire le rivolte è sequestrare le
armi dei sudditi” per impedire ai “sudditi” di esercitare “la smodata
libertà di parola concessa agli oratori”.
Al contrario, se il
popolo vedesse riconosciuto il diritto di essere armato e il diritto alla
libertà di parola, esso toglierebbe il potere politico dalle mani piccola
elite che domina la nazione. Storicamente, una popolazione armata con la
libertà di parola “trasferisce la sovranità dai nobili al popolo, e
trasforma l’aristocrazia in un regime democratico o popolare”. (Tutte le
citazioni sono dai “Six Livres de la Républicque” di Jean Bodin).
C’era un’altra
caratteristica di Bodin nella quale possiamo rintracciare le linee guida
del moderno movimento per la proibizione delle armi. Nel 1563, un dottore
tedesco chiamato Johan Weyer scrisse un libro dal titolo “De Praestigiis
Daemonum”. Attaccando l’ondata di isteria da streghe che si era diffusa in
molte parti d’Europa, il dott. Weyer suggerì che la maggior parte delle
“streghe” fossero soltanto anziane donne mentalmente instabili; queste
donne non dovevano essere bruciate al palo o torturate in altro modo,
poiché non erano in grado nuocere a nessuno. Bodin denunciò il libro di
Weyer.
Beh, chiunque pensi
che gli incubi della caccia alle streghe e della ricerca di nemici
immaginari siano scomparsi, dovrebbe dare un’occhiata agli Stati Uniti
dopo gli omicidi alla Columbine High School, per i quali i possessori di
armi in generale e i membri della “National Rifle Association” in
particolare sono stati denunciati in termini che Cotton Mather (e Joseph
Goebbels) avrebbe senz’altro condiviso.
L’Italia, paese
d’origine del Rinascimento, ha continuato per secoli a guidare l’Europa
nell’evoluzione del pensiero umano. Uno dei grandi pensatori italiani nel
periodo post-rinascimentale è il milanese Cesare Beccaria.
All’età di 26 anni,
Beccaria si trovò a essere una celebrità internazionale con la
pubblicazione del suo capolavoro “Dei delitti e delle pene”. Pubblicato
per la prima volta nel 1764, “Dei delitti e delle pene” venne presto
tradotto in francese, tedesco, polacco, spagnolo, olandese e inglese. La
prima delle tre edizioni americane risale al 1777. Alla fine, il libro
apparve in ventidue lingue.
I Padri Fondatori
Americani avevano familiarità coi lavori di Beccaria (che ammiravano) e di
Bodin (col quale non concordavano sul fatto che il popolo poteva essere
sottomesso solo se era disarmato).
A quanto pare John
Adams venne in possesso di una edizione europea di “Dei delitti e delle
pene” prima che il libro fosse pubblicato negli Stati Uniti. Adams citava
Beccaria nella sua dichiarazione di apertura al processo per il Massacro
di Boston nel 1770, durante il quale Adams era difensore dei soldati
britannici. “Io sono dalla parte degli imputati alla sbarra – affermò
Adams spiegando perché avrebbe difeso clienti così impopolari – e chiederò
scusa di questo solo con le parole di Marquis Beccaria: ‘se posso essere
lo strumento per salvare una vita, le sue benedizioni e le sue lacrime di
trasporto, questa sarà per me una consolazione sufficiente di fronte al
disprezzo dell’intero genere umano’”.
Col libro di Beccaria
nacque la moderna scienza criminologica. Beccaria elaborò la prima teoria
sistematica sul comportamento criminale e sulla politica pubblica contro
il crimine. Denunciò la tortura, i processi segreti, i giudici corrotti e
le pene degradanti.
Ribattezzato
“Newtoncino” dai suoi ammiratori, Beccaria disse di voler applicare
principi geometrici alle leggi penali. Argomentava che un sistema penale
dovrebbe comminare condanne severe solo quanto basta a conservare la
sicurezza; ogni pena oltre questo livello era una forma di tirannia. Come
affermò Beccaria, la legge penale dovrebbe fornire “quei vincoli che sono
necessari a tenere uniti gli interessi degli individui, senza i quali gli
uomini tornerebbero al loro originale stato di barbarie”. E quindi, “le
pene che eccedono la necessità di preservare questo vincolo sono per loro
natura ingiuste”.
All’opposto della
visione di Beccaria, si è espresso il Senatore Orrin Hatch nella sua
proposta sul crimine minorile, attualmente al vaglio del Congresso. Tale
proposta prevede l’obbligo di sentenze di cinque, dieci e venti anni di
prigione per violazioni delle leggi sul possesso di armi e altri crimini
non aggressivi.
La lista delle
persone influenzate da Beccaria include il filosofo inglese Jeremy
Bentham, il giurista inglese William Blackstone e molti filosofi francesi,
tra cui Voltaire, Diderot e Buffon. Gustavo III di Svezia, l’illuminata
Imperatrice Maria Teresa dell’Impero Austro-ungarico, e l’Imperatrice
Caterina la Grande di Russia riformarono i propri sistemi di giustizia
criminale seguendo i suggerimenti di Beccaria.
L’influenza di
Beccaria può essere scorta nell’Ottavo Emendamento alla Costituzione degli
Stati Uniti, che vieta le pene “crudeli e inusuali”.
Le idee di Beccaria
sono visibili ancora oggi nel movimento per l’abolizione della pena di
morte, una punizione a cui Beccaria fu il primo importante pensatore a
opporsi.
Negli Stati Uniti, il
più importante movimento a mettere in pratica le idee di Beccaria è il
movimento per il libero porto d’armi a scopo difensivo.
Thomas Jefferson
ammirò “Dei delitti e delle pene” a tal punto da copiare con attenzione
molti lunghi passaggi nel suo “Commonplace Book”, che conteneva i suoi
detti favoriti. Jefferson utilizzò Beccaria “come il suo principale
modello di riferimento moderno nella revisione delle leggi della
Virginia”. Di seguito si riporta ciò che Jefferson copiò da Beccaria sulle
armi da fuoco, una breve ed efficace spiegazione di come le leggi per il
controllo delle armi danneggino gli innocenti e aiutino i criminali:
“falsa idea di utilità è quella che sacrifica mille vantaggi reali per un
inconveniente o immaginario o di poca conseguenza, che toglierebbe agli
uomini il fuoco perché incendia e l’acqua perché annega, che non ripara ai
mali che col distruggere. Le leggi che proibiscono di portare armi sono
leggi di tal natura; esse non disarmano che i non inclinati né determinati
ai delitti, mentre coloro che hanno il coraggio di poter violare le leggi
più sacre della umanità e le più importanti del codice, come rispetteranno
le minori e le puramente arbitrarie, e delle quali tanto facili ed impuni
debbon essere le contravvenzioni, e l’esecuzione esatta delle quali toglie
la libertà personale, carissima all’uomo, carissima all’illuminato
legislatore, e sottopone gl’innocenti a tutte le vessazioni dovute ai rei?
Queste peggiorano la condizione degli assaliti, migliorando quella degli
assalitori, non iscemano gli omicidii, ma gli accrescono, perché è
maggiore la confidenza nell’assalire i disarmati che gli armati. Queste si
chiamano leggi non prevenitrici ma paurose dei delitti, che nascono dalla
tumultuosa impressione di alcuni fatti particolari, non dalla ragionata
meditazione degl’inconvenienti ed avantaggi di un decreto universale”.
In altre parole, le
leggi contro il porto d’armi rendono le cose facili per i criminali (che
non le osservano comunque) e ardue per le vittime.
Il terzo filosofo con
la “B” che oggi esamineremo è un altro francese, Frédéric Bastiat. Mentre
i libri di Bodin e Beccaria sono oggi letti solo dagli storici del
pensiero, i libri di Bastiat hanno un’ampia circolazione. Il suo grande
classico è “La legge”, che può essere trovato nei cataloghi di libri
libertari o su internet.
Bastiat aveva senso
dell’umorismo. Una volta fece circolare una petizione dei costruttori di
candele che chiedeva al governo di abolire il sole, poiché il corpo
celeste faceva concorrenza sleale ai produttori di candele.
Ma “La legge” è un
libro serio e profondo. Sebbene le argomentazioni procedano spedite – il
libro è di sole 120 pagine – la passione di Bastiat non concede molto
svago lungo la strada. “La legge” non parla direttamente della politica
sulle armi, ma il diritto all’autodifesa è il principio centrale del
libro, e quindi della teoria politica di Bastiat.
“Cos’è, dunque, la
legge? – chiede Bastiat – E’ l’organizzazione collettiva del diritto
individuale alla legittima difesa”.
Facendo eco a John
Locke e Thomas Jefferson, Bastiat prosegue: “ognuno di noi ha il diritto
naturale – che gli arriva da Dio – di difendere la sua persona, la sua
libertà e la sua proprietà. Queste sono tre condizioni basilari per la
vita, e la conservazione di una di esse è interamente dipendente dalla
conservazione delle altre due”.
Come John Locke e
Thomas Hobbes, Bastiat fonda l’organizzazione della società sul diritto
all’autodifesa: “Se ogni persona ha il diritto di difendere – anche con la
forza – se stessa, la sua libertà e la sua proprietà, segue che un gruppo
di persone ha diritto di organizzare e mantenere una forza comune per
proteggere costantemente questi diritti. Quindi il principio del diritto
collettivo – la sua ragione di essere, la sua legittimità – è basato su un
diritto individuale. E la forza comune che protegge questo diritto
collettivo non può chiaramente avere altro proposito o altra missione se
non quello per cui agisce come sostituto”.
Per Bastiat,
l’autodifesa collettiva è l’unico proposito legittimo dello stato. Proprio
come gli individui non hanno il diritto di farsi del male l’un l’altro, lo
stato non ha diritto di far del male al popolo, tranne che per ragioni
difensive: “quindi, poiché un individuo non può legittimamente utilizzare
la forza contro la persona, la libertà o la proprietà di un altro
individuo, allora la forza comune – per la stessa ragione – non può
legittimamente essere impiegata per distruggere la persona, la libertà o
la proprietà di individui o gruppi”.
“Una tale perversione
della forza sarebbe, in entrambi i casi, contraria alla nostra premessa.
La forza ci è stata data per difendere i nostri diritti individuali. Chi
si azzarderà a dire che la forza ci è stata data per distruggere gli
uguali diritti dei nostri fratelli? Poiché nessun individuo, agendo
separatamente, può legittimamente impiegare la forza per distruggere i
diritti degli altri, non segue logicamente che lo stesso principio si
applica anche alla forza comune, che non è nulla di diverso da una
combinazione organizzata delle forze individuali?”.
Sfortunatamente,
piuttosto che essere impiegata per la difesa, la legge è spesso utilizzata
per prendere la proprietà di una persona e consegnarla a un’altra, in ciò
che Bastiat chiama “la totale perversione della legge”.
Quando è impiegata
per negare la proprietà e la libertà piuttosto che per difenderle, “la
legge viene usata per distruggere il suo stesso scopo: viene applicata per
annullare la giustizia che si supponeva dovesse mantenere; per limitare e
distruggere quei diritti che il suo vero proposito era far rispettare. La
legge ha messo la forza collettiva a disposizione di persone prive di
scrupoli che vorrebbero, senza correre alcun rischio, sfruttare la
persona, la libertà e la proprietà degli altri. Ha trasformato il
saccheggio in un diritto e la difesa in un crimine, allo scopo di punire
la legittima difesa”.
Naturalmente, la
legge moderna spesso “punisce la legittima difesa”: è il caso di
giurisdizioni come New York City, il Canada, l’Australia e l’Inghilterra,
dove le persone che usano le pistole per colpire aggressori violenti sono
perseguite con forza. Una delle ragioni per cui Bastiat resta popolare tra i lettori politici moderni è che le sue parole hanno tale diretta rilevanza nella vita contemporanea. Quando a Waco i Davidiani vennero illegalmente e senza alcuna giustificazione aggrediti da un gruppo di violenti aggressori del Bureau of Alcohol, Tobacco and Firearms, essi vennero processati e giudicati colpevoli di essersi difesi. Come notava Bastiat: “talvolta la legge mette l’intero apparato di giudici, polizia, prigioni e gendarmi al servizio dei saccheggiatori, e tratta la vittima – quando si difende – come un criminale. In breve, c’è un saccheggio legale”. (Tratto da Enclave n. 8) |
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